Quando la professoressa di storia comunicò alla classe che li avrebbe portati in gita, Lucia era molto felice di saltare la lezione. L’entusiasmo però durò poco, giusto il tempo di scoprire che una volta tornata a scuola avrebbe dovuto scrivere un racconto prendendo ispirazione da uno degli oggetti archeologici esposti nel museo. Non erano arrivati da neanche dieci minuti che Lucia, con la scusa di andare al bagno, si allontanò dal resto della classe e cominciò ad aggirarsi per le sale del museo. All’interno delle teche c’erano urne, piatti e altri reperti vecchi e impolverati. A un certo punto qualcosa catturò la sua attenzione. Era un’antica collana dorata ornata con motivi floreali e pietre di un verde intenso. Era uno degli oggetti più belli che avesse mai visto. Per ammirarla meglio si avvicinò così tanto che il naso sfiorò la teca. All’improvviso qualcuno esclamò: «E tu chi saresti?». Lucia si alzò di scatto pensando di essere stata beccata dalla professoressa, pronta a farsi rimproverare per essersi allontanata. Si guardò un po’ intorno e si accorse che non c’era proprio nessuno nei paraggi. Ma la voce misteriosa continuò: «Guarda che sto parlando con te, è inutile che fai finta di niente». A quel punto Lucia si voltò. Era stata davvero la collana a parlare? La fissò incredula, temendo di essere impazzita. Sbuffando, la collana aggiunse: «Hai intenzione di continuare a fissarmi o pensi di rispondere alla mia domanda? Io sono Flavia e sono una maestosa collana dell’antica Roma. Appartenevo a una nobile famiglia e ho vissuto una vita piena di avventure. L’ultima cosa che mi ricordo sono le mani che mi hanno portato via dal luogo di eterno riposo della mia amata padrona e che poi mi hanno abbandonata qui, dove un sacco di facce come la tua mi fissano tutto il giorno. Se solo la mia padrona fosse ancora viva verrebbe qui a salvarmi ne sono sicura. Tu un po’ me la ricordi sai? Aveva dei bellissimi capelli ricci e neri proprio come i tuoi. Si chiamava Aurelia e da quando ci siamo incontrate siamo diventate inseparabili». A questo punto Lucia era più curiosa che spaventata, quindi prese coraggio e domandò: «Come vi siete conosciute?». La collana, un po’ commossa, rispose: «Ci siamo conosciute il giorno del suo sedicesimo compleanno. Mi sentivo un po’ intorpidita perché era la prima volta dopo diversi anni che Valeria mi tirava fuori dal cassetto impolverato in cui mi teneva nascosta dal giorno dell’incendio. Me lo ricordo come se fosse ieri. Il cielo era nero a causa del fumo e le fiamme da giorni avvolgevano la città. L’aria era così calda che temevo di sciogliermi al collo di Claudia». Lucia, un po’ confusa, non poté fare a meno di interromperla: «Scusami Flavia, ma chi sono Claudia e Valeria? Mi sto confondendo con tutti questi nomi». La collana sbuffò e un po’ irritata disse: «Che fatica non perdere il filo del discorso con tutte queste domande! Ora mettiti comoda, apri bene le orecchie e non interrompermi più. Claudia era la madre di Aurelia, una donna bella ed elegante. Valeria invece era la balia di casa, un po’ una seconda madre per la piccola Aurelia e per suo fratello Giulio. Una donna forte e sveglia, che voleva sinceramente bene alla famiglia che l’aveva accolta. Il giorno dell’incendio Valeria preparò i bambini e poi raggiunse me e Claudia all’ingresso dell’abitazione. Da qui saremmo partite per raggiungere degli amici di famiglia che vivevano fuori Roma. È successo tutto così in fretta: un attimo prima ero appesa al collo di Claudia e poco dopo ero a terra tra le macerie, a qualche metro di distanza dal suo corpo privo di conoscenza. Valeria pensò di fermarsi ad aiutarla, ma in quel momento arrivò Adriano, il marito, che le urlò di continuare a camminare. Così prese in braccio la piccola Aurelia e proprio in quel momento mi notò. Mi raccolse da terra e mi nascose nel lenzuolo che avvolgeva la bambina. Faceva caldo, le persone urlavano e si accalcavano. Dopo quasi un giorno di cammino, raggiungemmo la casa che ci avrebbe ospitate e attendemmo l’arrivo del resto della famiglia. Purtroppo, i mesi passarono e nessuno si presentò alla porta. I nuovi padroni di casa, rendendosi conto che i loro amici probabilmente erano morti, cambiarono completamente atteggiamento nei confronti della balia e della bambina. Senza mezzi termini dissero a Valeria che doveva fare la sua parte, ripagando la loro gentilezza con il duro lavoro. La trattavano come una schiava, ma lei avrebbe fatto di tutto per non allontanarsi da Aurelia. Appena la giovane compì sedici anni venne promessa in sposa a un vecchio parente che viveva molto lontano. Quella sera stessa Valeria, ormai vecchia e malata, mi tirò fuori dal cassetto e disse ad Aurelia che il giorno dopo sarebbero partite per Roma per vendermi e iniziare una nuova vita. A quel punto ero terrorizzata, ma che alternative avevo? Quindi le accompagnai fino alla città da cui tanti anni prima eravamo scappate. Nel giro di qualche ora mi ritrovai distesa sul banco di una bottega stranamente familiare sotto gli occhi di un anziano gioielliere. Lui mi riconobbe subito, del resto non dimenticava mai una delle sue creazioni. Le incisioni minuziose e le pietre che mi ornavano erano opera sua. Le guardava con diffidenza, sorpreso di vedere due donne così semplici possedere un oggetto così prezioso. Il gioielliere non ci pensò due volte ad accusarle di furto e minacciò di denunciarle. Aurelia, colta alla sprovvista, provò a spiegargli chi era, la sua vera identità, la sua storia, ma egli non le credette. “Non sopravvisse quasi nessuno a quell’incendio” esclamò con fare minaccioso il gioielliere… e poi silenzio, egli mi guardò, fissò poi Aurelia. “Ma si dà il caso che io conosca proprio uno di questi…” concluse uscendo. Aurelia sembrava confusa, voleva scappare ma il gioielliere le aveva chiuse a chiave nella bottega. Poco tempo dopo ritornò insieme ad un altro uomo. Egli appena vide Aurelia rimase pietrificato dalla somiglianza tra lei e sua madre, cominciò a piangere e la abbracciò, non aveva più dubbi “Aurelia! Ti ho ritrovato, sono Giulio, tuo fratello”. Aurelia non poteva credere alle sue parole, si lasciò andare dall’emozione stringendolo forte. Gli occhi di Valeria si gonfiarono di lacrime, le mani le tremavano, si gettò ai suoi piedi, “Giulio!!” gridò stupita. I tre si riunirono in un abbraccio che sembrava infinito, quasi mi commossi pure io. Valeria era finalmente serena perché la sua protetta non sarebbe rimasta da sola quando un giorno la malattia l’avrebbe consumata. Da quel giorno Aurelia fu fiera di indossarmi, accompagnata da Giulio, supportando Valeria. Era orgogliosa delle sue origini e riconoscente ai genitori. Noi due non ci separammo più, con lei vissi i momenti più importanti della sua vita. Aurelia si sposò e creò una famiglia, ma il tempo passò, i figli crebbero e lei invecchiò fino ad arrivare alla fine del suo viaggio terreno, amata e compianta. E di questo sono assolutamente certa perché quel giorno c’ero anch’io. Mi trovavo distesa su un morbido prato, a fianco ad una catasta di tronchi di legno e rami di cipresso, tra le persone che le volevano bene, a renderle omaggio e condurla verso l’Aldilà. Tra le lacrime e il dolore sentivo un profumo delicato e dolce, con una nota floreale e persistente. Era l’unguento alle rose che era stato cosparso sul corpo della mia amata padrona. Una fragranza che la rappresentava molto perché ricordava il suo altruismo e la sua determinazione, per non dimenticare la sua innata generosità. Accanto a me, disteso vicino alla pira, c’era un balsamario che sembrava contenere la stessa essenza. Un piccolo contenitore di vetro dal collo allungato che sprigionava quest’aroma soave. C’era anche il suo spillone preferito, un accessorio in bronzo che usava per acconciare i suoi bellissimi capelli neri e ricci che aveva ereditato dalla madre. Sopra la pira Aurelia sembrava dormire pacificamente. Era avvolta da soffici teli bianchi e immersa in fiori e cibo. In poco tempo vidi la gente voltarsi ed il fuoco accendersi. Abbassai lo sguardo anche io, sulle mie pietre si riflettevano i colori vividi ed intensi delle fiamme. Avvertii subito il calore che stava travolgendo la pira. A tutto questo si contrappose il profumo deciso dell’unguento cosparso sul suo corpo. Si sprigionò improvvisamente: tenace, corposo ed ammaliante. Riesco a sentirlo ancora adesso. Sopra di noi si estesero grandi nuvole di fumo nero e denso che cercava di minacciare con prepotenza quel momento solenne, ma non riuscì ad oscurare il sole che asciugava le nostre lacrime e faceva risplendere il corpo di Aurelia. E fu a quel punto che riuscii a percepire la leggerezza della sua anima liberarsi nel vento. Una volta terminato il rituale mi ritrovai nell’olla cineraria insieme allo spillone, al balsamario e a una lucerna, un oggetto magico che per lo spirito della mia padrona rappresentava la luce, un rifugio e un abbraccio tra le tenebre e la solitudine della morte. Chiusi gli occhi e riposai, felice di accompagnarla anche in questo ultimo viaggio». Lucia sente vibrare il cellulare. Era un messaggio della sua amica Monica che le diceva di sbrigarsi perché la stavano cercando tutti e la professoressa si stava innervosendo. «Scusa, devo proprio scappare. Ma prima devo sapere com’è possibile tutto questo. Come fai a parlare con me?». Neanche il tempo di finire la frase che la magia era svanita e la collana era tornata ad essere solo una collana. Lucia non ricevette mai una risposta, ma per la prima volta prese il voto più alto della classe in un compito di storia.

Donato Alice, Lazeb Radhouane Hocine e Maggiotto Olga