Antonio Deltito ha tutte le carte in regola per essere felice: un lavoro di psichiatra promettente, una compagna affettuosa e intelligente, e amici fidati con cui vivere momenti stimolanti. Tuttavia, qualcosa si rompe. Sintomi fisici e psicologici sempre più gravi lo costringono a un ricovero ospedaliero nel reparto psichiatrico e successivamente in una casa di cura, dove sarà il suo migliore amico, anch’egli psichiatra, a prendersi cura di lui. L’amico scoprirà che Antonio è convinto di essere affetto dalla Sindrome di Ræbenson, una malattia mentale di cui non ha mai sentito parlare. “Deltito si sentiva unico, forse come tutti quelli che hanno una malattia rara di cui fino al suo esordio non avevano mai sentito parlare. Si diceva: io non so cosa ho. Ed era talmente viva l’idea che qualcosa di estraneo alla propria natura gli avesse giocato un brutto tiro, che nemmeno per un attimo pensò che forse era meglio dire a sé stesso: io non so cosa sono.”

L’amico psichiatra, analizzando i sintomi – dalla turricefalia (testa a forma di torre), all’uso di droghe, all’iperattività, fino alla scomparsa misteriosa di parenti di cui non si trova il corpo – arriva alla conclusione che gli affetti da sindrome di Ræbenson non muoiono di cause naturali, ma sono condannati alla longevità, costretti a vedere morire le persone amate e a vivere in una realtà percorsa da visioni e cromie del tutto personali, da amnesie improvvise e da migrazioni della coscienza da un corpo all’altro. Solo il suicidio può dare loro pace.  

Un elemento cruciale del romanzo è il concetto di “raben”, ricordi di individui defunti che si trasferiscono nella mente di un altro individuo, portando con sé frammenti di una vita passata.  “Quando un raben – uno di questi ricordi vaganti – giunge nella mente di qualcuno acquista una vita autonoma, si colora di nuove sfumature. (…) Nessuno ha mai potuto sapere in base a quali criteri i raben scelgano la nuova mente a cui approdare.”  

L’Autore inventa una “sindrome” interpretabile come una sorta di disconnessione dalla propria vita interiore, un’assenza di controllo su se stessi che non permette di vivere nel presente, ma piuttosto costringe l’individuo a essere uno spettatore della propria esistenza. Il timore di non riuscire a morire si pone come metafora della mancanza di liberazione finale da questa condizione di prigionia mentale ed esistenziale.

Anche dopo la morte di Antonio, se di dipartita vera si tratta, l’amico psichiatra non si darà pace e continuerà la sua ricerca sulla “sindrome”, avviando un viaggio alla ricerca di altri ræbensoniani, per lo più ultracentenari, con genitori e parenti ancora più anziani di loro e misteriosamente scomparsi senza lasciare traccia del loro corpo.

L’immortalità non è una benedizione: “L’immortalità, ma chi potrebbe mai volerla? Il solo pensiero di non morire in tutto e per tutto, corpo e anima, mi farebbe impazzire. Che io continui a essere qui mentre tutto il resto passa. È una cosa che proprio mi annienta.”  I coralli sono gli animali più malinconici della terra: “(…) arrivano a sopravvivere nei fondali oceanici anche centinaia, se non migliaia di anni. Ammesso che una coscienza esista in ogni specie vivente, e con essa tutta l’amarezza del vivere, spetta decisamente a loro il titolo di animali più malinconici del pianeta”

Ilaria Bignotti Faravelli, psicologa

Giuseppe Quaranta, “La Sindrome di Ræbenson”, ed. Blu Atlantide, Roma, 2023

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